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16 giugno 2014

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La Polonia andava presa, conquistata, la fretta consumata, in quattro giorni, l’accanimento selvaggio contro quello che non è me, il mio Reich, il mio sordido nazismo, riflettersi in una guerra che solo un malato poteva pensare di vincere.
Vincere molte battaglie e poi inevitabilmente perdere la guerra.
Riversare quantità indecenti di ‘’come bisogna fare’’ .
Verbi patetici in crema spalmabile sulle infelicità croniche.
Nostalgia, troppo dolce per essere vera.
È la paura, l’insicurezza o la mancanza di alternative comode che spacca la vita in due, è giù fiotti di sangue e pezzi di nervi nel tritacarne.
Mentre cammino con voi in questa paesaggio arcaico, mentre il grande vecchio saggio spiega cosa, come e quando essere e cosa, come e quando avere, io sogno di starmene qui nella pace delle nuvole, nell’orgasmo degli occhi, qui a mille metri di distanza dal mondo, dalle sue logiche e dai suoi contraddittori insegnamenti.
Sento su di me i numerosi passi su sentieri dissestati, la verità che si schiude respirando la montagna, rispettandone gli equilibri, danzando con l’erba per la forza del vento.
Giuro che ho visto l’aria abbracciarci e temo lo sciogliersi di questo abbraccio.
E non so capire se questa quiete illumina l’assenza di me o la presenza di me, perché qui si scompare sullo sfondo, qui questo enorme  tutto sembra ancora più grande e vorrei capire,  perché quel tutto sembra alla portata di ognuno e ognuno nel suo piccolo contribuisce a distruggerlo.

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